5 luglio 2008

Critical Mass. Gambe e menti in movimento


Cosa si può fare con una bicicletta e molti amici? Critical Mass.
Si tratta in sostanza di un raduno di "ciclisti" privi di motori e gas di scarico. Il primo raduno di critical mass si svolse a San Francisco nel 1992, con 48 ciclisti, il suo ideatore è Chris Carlsson.

La Critical Mass è spesso definita una "coincidenza organizzata", senza leader, organizzatori, o membri individuati da qualcosa che non sia la loro partecipazione all'evento. Anche il percorso seguito durante la manifestazione viene deciso sul momento, spesso da chi è in testa al gruppo, oppure chiunque abbia una propria idea su un percorso possibile, può stampare delle mappe e distribuirle ai partecipanti. Altre volte la decisione del percorso viene presa e condivisa tra più persone subito prima che questa abbia inizio. In questo modo il movimento si spoglia di tutto ciò che è implicato nella creazione di una organizzazione gerarchizzata: nessuna struttura interna, nessun capo, niente politica interna, niente direttive di movimento, ecc. Per far esistere una Critical Mass tutto ciò che serve è che abbastanza persone sappiano della sua esistenza e si incontrino il giorno designato per il raggiungimento della massa critica, per occupare tranquillamente un pezzo di strada, in modo da escluderne i mezzi motorizzati.


In Italia il fenomeno della Critical Mass è molto presente in città come Torino, Milano, Roma. Ci sono molte iniziative anche in altre località con luoghi d'incontro e giorni settimanali stabiliti.

Il primo luglio 2008 mi sono comprato la mia prima bici. Se vivessi a Parigi, Berlino o Amsterdam potrei tranquillamente spostarmi e andare ovunque in bici senza aver bisogno di un mezzo a motore. Inoltre risparmierei i soldi del carburante, dell'assicurazione, del bollo, della manutenzione e di tutte quelle spese che mi costringono a lavorare più o meno tre mesi all'anno per mantenere le mia macchinetta e tutte le lobby che le gravitano attorno.

Senza pensare che: non inquino, faccio sport e mi godo il paesaggio.
Non sempre il progresso tecnologico è sinonimo di avanzamento culturale e sociale.
Non sempre siamo disposti a sacrificare l'inutile per il futuro.
Siamo fatti così. Ma anche no.


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5 commenti:

  1. carissimo inviato di guerra, più ti leggo e più mi convinco che il mio nick(neverland) sarebbe più adatto a te. Le situazioni che proponi e auspichi sono lontane dalla realtà, degne dell'isola che non c'è. Non è così semplice pensare di andare a lavorare in bici,a volte è difficile raggiungere il posto di lavoro persino con i mezzi pubblici. Pensa a Eli, se dovesse andare in bici, oppure a the trump: lavora a 60 km da casa in una giornata ne percorre più di 100 e al ritorno farebbe 10 km in salita..poveretto. Non è tutto così semplice come sembra e non tutto quello ke avviene in altre città può adattarsi alla nostra. Purtroppo, il piacere di andare a lavorare in bici per ora è riservato solo al mio vicino di casa che lavora alla Ericsson a 2 km,tutti in pianura. Il mio vicino è ad ogni modo un eroe dato che non c'è nemmeno 1 mt di pista ciclabile e questa è un'altra storia.. Comunque buona pedalata a chi ha questo privilegio!

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  2. finalmente a Roma è partito il bike sharing, con le stesse bici di Barcellona, tra l'altro. non so ancora quanto costa, ma potrebbe essere divertente qualche volta attraversare la città pedalando. ci metterei meno che in autobus!

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  3. Mi piace l'idea di vivere la mia città in bici, attraversare i suoi vicoli, le sue piazze, e riposare all'ombra di un albero a Villa Borghese.Un'esperienza che andrebbe vissuta ogni tanto, magari la domenica con la città chiusa al traffico. Per il resto è tutto molto difficile: non ci sono strutture apposite, Roma è i pianura, ma con i sanpietrini (e guai a chi li tocca, aggingerei). La realtà è che è difficile andare a lavorare perfino con i mezzi pubblici.Io dovrei alzarmi 3 ore prima del solito e prendere almeno tre mezzi differenti, con una spesa che a fine mese inciderebbe molto di più del mio pieno di gas settimanale. A Perugia, città ricca di dure salite, utilizzano i bus elettrici...delle volte basterebbe molto poco.

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  4. Gente bella (tutti, anche quelli che non conosco), ma ci rendiamo conto che c'è qualcosa che non va?

    Per carità, nemmeno un'ombra di critica a voi, vorrei che fosse chiarissimo:
    si fatica parecchio per trovare lavoro, di più per trovarlo decente, di più ancora per trovarlo che ci piaccia, e anche se io sono tra quelli fortunatissimi capisco perfettamente, più che perfettamente, che uno di certo non può badare alla distanza da casa quando cerca o gli offrono un lavoro.
    Sia chiarissimo, mi raccomando: si fa quello che si può, le persone che passano per questo blog sono certa che fanno proprio del loro meglio (perché conosco il tenutario!), e per i miracoli ci vogliono fornitori abilitati, oggigiorno assai rari.

    Detto questo, e facendo del nostro meglio, ci rendiamo conto che qualcosa non va se per andare al lavoro dobbiamo alzarci tre ore prima del solito, fare più di 100 km e spendere patrimoni già solo per arrivarci e poi tornare a casa (senza contare inquinamenti e depauperamenti vari, ovviamente)?
    È una mia idea o «vivere» dovrebbe essere un'altra cosa, in un sistema che funziona?

    Non voglio annoiare più con la mia utopia tribale e decrescitaria, e non voglio criticare nulla e nessuno se non il meccanismo assurdo che il nostro cosiddetto «progresso» ha generato negli ultimi duecento-trecento anni.
    So anche molto bene che sistemare le cose, ora, si può fare solo a carissimo prezzo, e in modi che tempo non dipendano granché da noi, sparuti benintenzionati.

    Ma ripenso anche al post sul lavoro pubblicato dall'Inviato qualche tempo fa, e ribadisco:
    io posso fare poco, pochissimo, cerco anche di farlo e a volte sbaglio, ma soprattutto voglio non smettere mai di pensare che questo non è un modo di vivere accettabile. Il giorno che finissi per pensarlo, allora sì, mi sentirei davvero davvero sconfitta e impotente (non che oggi mi senta poi tanto meglio...).

    Scusate, già l'inviato ci ricorda a ogni post in che mondo viviamo, poi mi ci metto pure io nei commenti...!

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  5. Il mondo "reale" in cui viviamo mi è chiaro, anzi chiarissimo. Mi rendo perfettamente conto di quali siano i limiti e le possibilità di un Paese come l'Italia. Infatti potenzialmente il nostro Paese non ha limiti e gode di enormi possibilità. Solo tre caratteristiche: patrimonio artistico, clima, posizione geografica.

    Allo stesso tempo siamo gravati dall'incapacità degli amministratori pubblici, dalla criminalità organizzata e dall'involuzione culturale che in linea con l'andamento globale da noi risente anche delle ingerenze ecclesiastiche.

    La situazione non è assolutamente semplice. Ma anche nelle città che ho citato a esempio nel post, non è sempre stato possibile girare in bici per le strade. Forse i cittadini in qualche modo sono riusciti a plasmare "partecipativamente" la realtà, per noi utopica, in cui vivono.
    Forse nel post non sono stato chiaro rispetto alla possibilità che in queste città c'è di andare al lavoro in bici. Non si tratta di fare centinaia di km al giorno. Si prende la metro con la bici e poi l'ultimo tratto di strada si può percorrere in bici. Ad Amsterdam le bici sono i mezzi di trasporto più usati dai cittadini e sono anche quelli più tutelati. Da noi l'auto è al centro di tutto. Viene prima del pedone, prima del ciclista e accompagna l'esaurimento nervoso. Cambiare atteggiamento mentale è il primo passo per produrre "cambiamenti" reali e non semplici divagazioni ultraterrene.
    Il lavoro deve essere un movimento intellettuale prima che fisico, in questo modo diventa costruttivo e gratificante. Un lavoro che richiede sacrifici enormi e spostamenti clamorosi evidenzia come ci sia qualcosa che non va nella logistica che sottende il mercato stesso del lavoro. Noto come nella "pratica" al mondo del lavoro non servono più elementi troppo qualificati, il grosso dei lavoratori deve rientrare nella manodopera a basso costo, da movimentare in base alle esigenze del mercato. Adattarsi sempre a tutto è la logica imperante, ormai non si può fare più nulla per invertire la tendenza nichilistica che qualcuno ci ha "costretti" a intraprendere.
    Forse prima di tutto siamo noi stessi a non credere più nelle nostre possibilità e preferiamo sempre l'avere all'essere.
    Dove porta questa scelta è ormai chiaro a tutti. O almeno credo.

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